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| La lingua madre delle etnie "primitive" e delle lingue "moderne" |
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| Mercoledì 24 Febbraio 2010 13:00 | |||
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Arrigo Chieregatti - Università di Bologna Direttore dell’edizione italiana della rivista "Interculture" dell’Istituto Interculturale di Montrealrelazione al Convegno "Lingua materna cuore della lingua" Bologna, Centro Interculturale M. Zonarelli, 25 febbraio 2006 Premessa Il titolo è chiaramente polemico. La riflessione che cercheremo di fare sarebbe meglio intitolarla: la lingua madre delle culture potenti (o anche delle lingue sillabiche) e delle culture senza potere (o anche delle lingue ideografiche). Comunque è un titolo polemico rispetto alle lingue forti e che si danno il nome di moderne, anche se non vogliamo negare l’importanza che hanno avuto e che continuano avere nella evoluzione della cultura del mondo intero.Spesso si riserva la denominazione di "lingua" a quelle forti e spesso si indicano le lingue deboli con il nome di "dialetti". Un noto filosofo indiano-europeo, Raimon Panikkar, afferma, anch’egli in modo polemico, che tutte le parlate sono dialetti e alcune "assurgono" al ruolo di lingue perché hanno alle loro spalle un esercito, un codice di leggi e ora anche una banca. Tenteremo comunque di intenderci nello svolgimento della riflessione. Prima di affrontare il tema penso che valga la pena tenere presente un’altra indicazione probabilmente molto preziosa: il principio della saggezza è la capacità di dubitare, cioè di mettere in discussione la convinzione di essere assolutamente nella parte migliore. In questo integralismo si trovano facilmente le persone che hanno come propria una lingua forte. Avere invece la convinzione di non essere il meglio per tutti dà forse una sensazione sgradevole, ma la nostra eccessiva sicurezza ci fa perdere la facoltà di meravigliarci, di stupirci e di creare. Siamo purtroppo persino convinti che possedere una lingua forte possa essere anche determinare un potenziamento della personalità dei singoli individui.. Inoltre la lingua è stata un importante strumento di potere e d’autoritarismo di alcuni popoli su altri. Il primo passo verso la conquista è l’imposizione della lingua dei forti e la distruzione spesso della lingua dei più deboli. Così hanno fatto i Greci, i Romani e in epoca recente di colonialismo i Francesi, i Tedeschi, gli Spagnoli, i Portoghesi. Gli Italiani, e oggi, insieme alle armi e alla finanza, la lingua inglese degli Stati Uniti d’America. Al "monolinguismo" si sono opposti anche gli "dei" in tutte le culture, basta ricordare il libro della Genesi nella Bibbia Ebraica e il libro delle Upanishad nei Veda dell’India.
In quest’occasione non ritengo opportuno fare un’operazione di studio specialistico, altri lo possono fare meglio di me. Non vorrei rischiare di fare solo un’operazione intellettuale. La giusta conoscenza è quella che porta a un nostro coinvolgimento personale e a sentirci responsabili sia nel bene che nel male. Nel rapporto con le culture altre, anche per quanto riguarda il linguaggio, dobbiamo avere la percezione chiara di ciò che può coinvolgerci e di ciò di cui ci sentiamo responsabili. L’accettazione del nostro coinvolgimento sarà determinante per la conoscenza che noi abbiamo della lingua degli altri. La conoscenza è fortemente legata alla simpatia verso l’oggetto, e noi possiamo veramente conoscere solo ciò che amiamo. Non si tratta neppure di fare una riflessione specialistica del linguaggio "altro". L’angolo di visuale in cui vorremmo porci è quello della persona desiderosa di avvicinare il linguaggio dell’altro perché può essere utile per capire meglio il nostro, e forse per renderci conto delle storpiature che attraverso il linguaggio possiamo aver fatto. Vorremo avere l’occhio del poeta di fronte ad un panorama: non vuole analizzarlo dal punto di vista scientifico, ma attraverso le emozioni e la simpatia che il panorama del linguaggio può provocare dentro di noi. Per questo può essere interessante, a mio parere, tenere in considerazione come la nostra lingua-madre è stata utilizzata e forse strumentalizzata per noi e per gli altri. L’unica lingua madre che noi conosciamo bene è infatti la nostra. Parlare della lingua madre degli altri è una pretesa sproporzionata alle nostre capacità. Non è possibile parlare della madre degli altri come fosse la nostra, perché ci mancherebbe tutto l’afflato, tutta la compassione e l’entusiasmo che abbiamo verso la nostra madre. Non possiamo dimenticare che quando parliamo della lingua degli altri non facciamo altro che applicare agli altri quello che è proprio solo della nostra.Dobbiamo allora lasciar parlare gli altri della loro lingua nativa, e avranno inevitabilmente la stessa empatia con cui noi parliamo della nostra. Questo non significa che non possiamo ascoltare e dialogare sui vari linguaggi, ma certamente fare attenzione che l’empatia verso la nostra lingua madre non debba condizionare il giudizio verso la lingua madre degli altri. Tra l’altro l’ascolto degli altri può essere un aiuto per riflettere sulla nostra lingua madre e viceversa. A questo proposito vorrei citare un passaggio della lezione magistrale di un grande maestro dell’antropologia culturale,il giorno del suo insediamento all’Accademia di Francia, C. Levi-Strauss: "E ora, miei cari Colleghi dopo aver reso omaggio ai maestri dell'antropologia sociale all'inizio di questa mia lezione, le mie ultime parole siano per quei selvaggi, la cui oscura sola tenacia ci offre ancora il mezzo per assegnare ai fatti umani le loro vere dimensioni. Uomini e donne che, nel momento stesso in cui io parlo, a migliaia di chilometri di qui, in qualche savana bruciata dal fuoco della boscaglia o in una foresta inondata dalla pioggia, stanno ritornando al loro accampamento per dividere un magro pasto e invocare insieme i loro dei.Questi Indiani dei tropici e i loro simili sparsi nel mondo, essi mi hanno insegnato il loro povero sapere, in cui è tuttavia raccolto l'essenziale delle conoscenze che da voi ho avuto l' incarico di trasmettere ad altri. Presto purtroppo saranno tutti votati all'estinzione a causa delle malattie e dei modelli di vita - per loro ancora più terribili - che abbiamo loro portato. Verso di loro ho contratto un debito, da cui non sarò mai liberato anche se, dal posto in cui mi avete messo, potessi trasmettere la tenerezza che mi hanno trasmesso e la riconoscenza che a loro porto, continuando ad essere, come lo sono stato quando ero in mezzo a loro, e come anche tra voi non vorrei mai cessare di essere: un loro scolaro e un loro testimone". (5 Gennaio 1960). Queste considerazioni toccano le culture povere e i loro linguaggi, ma non solo le culture povere di altre popolazioni, delle popolazioni che conoscono esclusivamente il linguaggio orale, ma anche le popolazioni " povere " della nostra popolazione, in particolare della popolazione analfabeta, cioè di coloro che non sanno leggere e scrivere, ma sanno benissimo esprimere e dialogare con una lingua, la lingua madre, quella spontanea, non insegnata, e appresa direttamente dalle proprie radici. La lingua madre e la madre lingua. Vale la pena almeno per accenni prendere in considerazione il termine di lingua madre, cui va correlato quello di madre terra o di madre patria. La madre lingua è un riferimento importante per ogni persona, ma può essere interessante e pieno di indicazioni preziose sapere l’origine di questa espressione e di come è stata usata lungo i secoli. Il termine risale all’inizio del medioevo, in terra di Francia, quando la potenza dell’Abbazia di Cluny aveva spaventato tutti gli altri monasteri per cui la terra (madre) e la lingua (chiamata madre) esprimevano l’appartenenza di un gruppo al ceppo originario. Infatti in seguito i termini sono divenuti strumenti di potere per i Re i per i principi d’Europa. La Regina Isabella di Spagna, la Cattolica affermava che " ogni suddito era predisposto dalla natura stessa ad avere padronanza della propria lingua, e nessuno poteva mutarla".. L’uomo dotto, fiduciario della Regina, don Antonio Nebrija, nella sua opera della grammatica castellana sulla lingua madre, diceva: "La lingua è da sempre la sposa dell’Impero, e per sempre ne sarà la compagna: insieme nascono, crescono, fioriscono e declinano". E ancora: "I nostri soldati inviati in altri paesi a governare avranno al loro seguito sempre la lingua, al pari delle armi". Dante Alighieri nel Convivium disse che una lingua rinchiusa dentro regole fisse non avrebbe mai potuto durare, perché diventerebbe una lingua morta, don Antonio Nebrija, attraverso la lingua come elemento di appartenenza, la trasforma in un’arma di potere e di comando: "Quando vostra Maestà avrà posto il suo giogo sulle popolazioni barbariche, cha parlano strane lingue, il vincitore deve al vinto le leggi e la lingua per poterle dominare. Il linguaggio nostro sarà l’unico strumento per renderle persone "perbene". La lingua insegnata a scuola e in chiesa sostituì il vernacolo, la lingua parlata dalla madre. La lingua madre si è trasformata in una merce in sostituzione del latte materno e la scuola divenne l’utero materno e il seno sociale a cui nutrirsi. L’operazione della Regina Isabella, la Cattolica , come tutte le penetrazioni coloniali attraverso il linguaggio e le armi, fu difficile e solamente con la forza e con grande spargimento di sangue è stato possibile imporre la lingua della madre patria, come lingua madre di quelle popolazioni. Tuttavia, ne stiamo prendendo coscienza oggi dopo centinaia d’anni, l’operazione non ha potuto intaccare totalmente la regale dignità della loro lingua nativa. Oggi il linguaggio viene installato tramite canali, di cui più o meno siamo tutti prigionieri, ma in particolare i bambini. Quello che impariamo dalla scuola non è più il linguaggio assorbito attraverso le nostre radici. Le radici rischiano di diventare sempre più deboli, disancorate dalla vita di ogni giorno, e la nostra capacità linguistica dipende ormai da un certo numero di anni di insegnamento. I genitori (e la madre) non hanno più ormai un compito fondamentale per trasmettere ai loro figli la lingua, che viene invece imparata dalla istituzione scolastica o dei mezzi di informazione.
Lingua madre e ambiente sociale. Parliamo di lingua madre. Ma di quale lingua madre parliamo?La lingua madre di un popolo "civilizzato" è diventata costosa, il suo insegnamento è a professione, ed è oggetto di costosi investimenti. Le parole sono una delle categorie di valori di mercato che fanno il PIL (Prodotto Interno Lordo). Vengono spese somme di danaro per decidere cosa dire, che le deve dire, come, quando e per valutare il tipo di persone che si vuole raggiungere con il messaggio. Più elevato è il costo di ogni parola, più alto è lo sforzo che è compiuto per farla risuonare. Nelle scuole si insegna a parlare "come si deve", vengono spesi capitali per insegnare ai poveri a parlare come ai ricchi, ai malati e agli handicappati a parlare come ai sani e i normali, ai neri in maniera più simile ai bianchi. E’ stato lo sforzo "umanitario" dei coloni verso i colonizzati, e ancora oggi continua, per dare loro una lingua che permettesse di essere allo stesso livello del padrone. Vengono costituite cattedre per sviluppare i gerghi professionali insegnati nelle Università, mentre si aumentano gli sforzi per dare un’infarinatura ai ragazzi delle scuole superiori e renderli capaci di dialogare con lo psicologo, con il farmacista, con il bibliotecario, con il tecnico del computer, perché ognuno di loro parla un linguaggio speciale. Spesso ci impegniamo per rendere le persone monolingue, cioè che sappiano esprimersi in un linguaggio standard, e poi dopo cerchiamo di insegnar loro il dialetto di una minoranza professionale, o di insegnare una lingua straniera, e sappiamo bene con quale misero risultato, mentre non potremo mai ammettere di chiamarla lingua madre. Tutto questo va sotto il nome di educazione, mentre non è nient’altro che insegnamento di un linguaggio per entrare il più possibile nel mondo di chi conta. L’educazione all’uniformità non è certo solamente opera della scuola: amministratori pubblici, professionisti dello spettacolo, giornalisti, agenti di commercio e agenzie di viaggio non sono estranei per realizzare l’educazione all’uniformità linguistica. Il grande problema di fondo è ridurre ogni oggetto, ogni azione, e ogni persone alla dimensione della quantità, che si concretizza nella monetizzazione di ogni realtà di vita.: il pane che mangiamo, gli edifici, le strade, le piazze, la sanità, l’educazione, la religione… tutto viene valutato secondo il prezzo di compra-vendita. E allora quale contabilità dobbiamo tenere per il linguaggio? Nella cultura economica l’analisi linguistica è svalutata se non siamo in grado di sapere quanto costa pro capite il nostro linguaggio. Il linguaggio insegnato deve essere considerato nei suoi vari aspetti: i poveri sono più presi di mira dei ricchi per portarli allo stesso livello della media della popolazione, i ricchi si possono comperare l’insegnamento secondo i loro desideri, e soprattutto possono comperare il silenzio, avere cioè la possibilità di un luogo appartato, avvicinare maestri e avere a disposizione strutture secondo il loro gradimento, i poveri hanno a disposizione le strutture e i maestri che vengono dati alla massa, e in questa massa vengono operate le selezioni. La scuola di Barbiana di d. Milani è stata creata come struttura privata per raccogliere gli "scarti" che la scuola pubblica aveva allontanato. L’insegnamento del linguaggio attraverso maestri retribuiti è un prodotto delle economie industriali, che valuta le prestazioni secondo l’energia che viene impiegata per ottenere un scopo. Il linguaggio orale è il risultato di un insegnamento assorbito attraverso le proprie radici, imparato attraverso l’ambiente culturale per mezzo di incontri con cose, avvenimenti, e persone che potevano essere toccate, annusate, amate e anche odiate. Un linguaggio che può imporsi, e ancora si impone da solo ad ogni individuo. E’ il risultato di una esigenza che è nel fondo di ognuno e che non deve essere sopraffatta da elementi imposti e da mezzi coercitivi. Un esempio tra tanti preso dalla nostra cultura: "Sono stato educato non solo da mia madre, ma anche dai colori registrati dai miei occhi, dai rumori che mi hanno suggerito movimento d’allerta e di quiete, dal fiuto per gli odori e i pericoli, dall’abitudine a stabilire il buono e il cattivo, più attraverso gli assaggi che attraverso le opinioni, attraverso le varianti del tatto nate dalle voglie o proposte dai desideri. Gino Corvi
Linguaggio e linguaggio. Non si tratta di contrapporre, e neppure di mettere in concorrenza il linguaggio assorbito naturalmente, e il linguaggio imparato da un insegnamento. Si tratta di scoprire che più propriamente è lingua madre non quella insegnata da persone pagate, ma quella appresa attraverso l’identificazione con la realtà e in un rapporto costante con la natura. Nella cultura industriale e post industriale la lingua insegnata ha avuto il sopravvento sulla lingua assorbita secondo i ritmi della natura e dei rapporti spontanei.Può essere significativo, anche per molti di noi motivo di meraviglia , che spesso i "poveri" siano poliglotti, anche se classificati tra gli analfabeti: molti conoscono i bambini di strada del Brasile e del Vietnam che parlano diverse lingue, senza aver mai frequentato la scuola. Un amico di Colombo parla il cingalese, ascolta la radio in lingua tamil, recita le preghiere cinque volte al giorno in arabo, parla francese e italiano con i turisti e bene l’inglese che ha imparato nell’esercito. Nessuna di queste lingue gli è stata formalmente insegnata. Le comunità che sono prevalentemente monoglotte (parlano un’unica lingua) sono in genere: comunità completamente chiuse ad ogni rapporto, comunità che hanno subito una drastica emarginazione, comunità che per varie generazioni hanno avuto una stretta scolarità obbligatoria. Nelle nostre società, soprattutto occidentali, ormai il linguaggio è divenuto una merce, che viene messa sul mercato a disposizione dei bisogni commerciali degli acquirenti. Il linguaggio quotidiano, fino a una relativa epoca recente, non è mai stato pagato e distribuito come merce.
Può essere utile analizzare la terminologia che spesso usiamo senza forse conoscerne la provenienza. Il termine lingua vernacolare deriva da "verna" , che indicava lo schiavo nato in casa e quindi vernacolare indicava ciò che è relativo al "nato in casa", a ciò che è domestico, quotidiano. In seguito ha voluto anche significare dimora, radicato, paesano, nostrano, nativo e riferito al linguaggio è quello che nasce dall’ambiente proprio di colui che parla. Altra storia ha il termine di lingua insegnata, che è la lingua soggetta al controllo d’insegnanti retribuiti, quindi legata a considerazioni di scambio, e l’uso dipende da attività legate al mercato. Il linguaggio vernacolare non è neppure preso in considerazione dagli economisti, che parlano caso mai di produzione sociale spontanea, di economia domestica. Tutti termini tecnici che indicano la difficoltà di uscire da una concezione ormai nella nostra cultura considerata unica e inequivocabile. La lingua vernacolare si diffonde attraverso l’uso quotidiano, trasmesso da persone che hanno la responsabilità di ciò che dicono in un contesto pratico e non artificiale. Il linguaggio insegnato invece non ha bisogno di una persona cara, simpatica, ma anzi il più asettica possibile, un professionista, che non comunica necessariamente un proprio significato, ma recita un testo, come l’annunciatore televisivo che trasmette un annuncio da copione, che altri hanno scritto. Un linguaggio insegnato con queste caratteristiche è un linguaggio disumano, mentre il linguaggio che vive nel profondo di ognuno è quello coltivato e imparato da persone che fanno parte della nostra vita passata e del nostro futuro. Forse non tutti possono capire la differenza, perché è una differenza di sapore, di significato di valore, come potrebbe essere un pasto cucinato in casa e un pasto precotto o surgelato. Ormai purtroppo ci siamo abituati a rispondere ai nostri bisogni con merci acquistate più che con attività domestiche, comuni, e quotidiane. Sarebbe qui opportuno approfondire il tema dell’ educazione legata alla natura. Ormai la natura è un luogo da dominare, da sfruttare e da piegare al nostro volere per soddisfare i nostri bisogni. Imparare dalla natura non è uno strumento per insegnare meglio, ma è percepire e trasmettere la natura come essere uguale a noi, partner della nostra esperienza umana. Significa conoscere e rispettare il suo messaggio di realtà, il suo ritmo, il suo tempo di lavoro e il suo tempo di riposo.
Diversità di lingua madre, diversità di culture. In Occidente siamo abituati alle lingue sillabiche, mentre altri popoli usano le lingue ideogrammatiche. Questa non è un’osservazione marginale, perché la lingua determina anche la diversità di culture, di filosofia di vita e il differente approccio alla realtà.La lingua sillabica che mette in uso l’alfabeto è più preoccupata a soffermarsi sulla oggettività, crea l’immagine stabile, statica e definitiva dell’espressione: una volta scritta rimane uguale per sempre. Questa staticità passa anche nella coscienza individuale, come anche nella coscienza di un popolo che si identifica con la propria scrittura più che nella propria lingua parlata. Il sé così costruito prende forma anche nell’insegnamento giuridico e diventa poi normativo per lo stesso concetto di "persona". Questi concetti di individuo e di società possono nascere solo nell’ambito di culture con lingue alfabetizzate, che spesso mettono in second’ordine l’importanza della lingua parlata. Nelle società di lingua orale o anche ideogrammatiche un’affermazione passata può essere rievocata solamente per mezzo di una simile. Il discorso cioè conserva le sue ali, che appena la parola è pronunciata svanisce perché vuole solamente suggerire all’ascoltatore un’idea, che egli di nuovo dovrà tradurre in parola. Il testo alfabetico invece fissa il vocabolo che si ripete sempre uguale e così le cose del passato si ripetono uguali anche per il futuro, quando verranno ripetute parole pronunciate da parlanti che sono già morti. Non significa che una sia migliore dell’altra, ma che tutte hanno una loro precisa caratteristica e un valore insostituibile, che non deve essere annullato: ogni linguaggio ha i propri pregi e i propri difetti, e nessuno deve pretendere di sradicare una persona dalla propria cultura imponendo, come unico per tutti, il proprio linguaggio. Nelle società orali una persona deve tener fede alla sua parola, ed è la parola che può essere confermata con giuramento, invocando su di sé la maledizione nel caso dovesse mancare alla parola data. Nella società alfabetizzata il giuramento non ha lo stesso valore: ciò che ha valore non è il ricordo, ma la registrazione. Senza lo scritto l giudice può anche tentare di leggere nel cuore dell’accusato per estorcere la confessione, anche con tecniche inquisitorie, ma la prova assoluta sono i documenti. La mente alfabetizzata ha una particolare costruzione del sé e della memoria. E’ significativo il timore che ancora oggi rimane di fronte al libro del Giudizio definitivo al momento della morte per la resa dei conti finali. Nel tempo della scoperta della lingua scritta, nel timpano sopra la porta principale delle chiese fece la comparsa la raffigurazione del Cristo che siede come giudice fra la porta del Cielo e le fauci aperte dell’inferno e accanto l’angelo che regge il libro in cui sono registrate le azioni dei singoli. Anche Dio farebbe riferimento alla registrazione scritta del passato. In una società laica non sarà più il libro del giudizio finale, ma certamente il libro del codice, il libro della legge è determinante per la valutazione di se stessi e degli altri nel comportamento di vita. Per altre culture questo non è possibile e nell’incontro con persone di altre culture, che hanno una raffigurazione della realtà diversa dalla nostra, non può essere dato un giudizio uguale alle persone della nostra cultura. Ma qui è il grande problema della convivenza di diversi nello stesso spazio e nello stesso tempo di vita.
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