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I saperi della lingua materna PDF Stampa E-mail
Mercoledì 24 Febbraio 2010 12:44

Elisabeth Jankowski - Università di Verona
 relazione al Convegno "Lingua materna cuore della lingua"  Bologna, Centro Interculturale M. Zonarelli, 25 febbraio 2006

Ancora non sapeva che le parole non si sarebbero mai cancellate. Cercava di ricordasi cosa era successo. Ma le voci si erano spente. Rimase solo un sentimento e un’immagine sfocata. Convinta di averle perse per sempre si mise a piangere per le frasi scomparse.

Ma improvvisamente, una notte, si svegliò di soprassalto e aveva sulla bocca ciò che aveva gridato sua mamma quel giorno quando lei piccola stava precipitando nell’acqua del fiume, giù dalla scarpata. Erano tornate allora le parole, le grida? E dove si erano nascoste? In quale piega della sua pelle abitavano ancora, aspettando il momento buono per entrare nella voce?

Attese altre notti e altri sogni ma tutto rimase in silenzio, sonno apparentemente tranquillo. Poi altre grida e altre frasi di quella o quell’altra persona. Nella lingua notturna pareva che ci fossero ancora le voci. Non potevano essere dimenticate. Nell’ombra del sogno le parole parlavano sempre con la bocca di qualcuno, e, senza dubbio, erano dirette a lei. E anche lei rispondeva, se le usciva la voce. Aveva necessità di dire. Un’emozione travolgeva la gola da toglierle il respiro. Doveva dire altrimenti sarebbe morta soffocata. Dapprima non riusciva, poi tutto sgorgava come un flusso ininterrotto.

Quando la mano accarezzava suo figlio, da sotto la pelle salivano alla bocca ninna-nanne sentite da sua madre quando lei non era ancora capace di comprenderne il significato. Le coccole, lo splendore delle parole felici immotivate fatte di suoni e di senso. Il mondo trasformato in miniature sempre nuove con alberi che si parlano e gatti che si danno la buona notte. Parole che avevano una necessità di stare insieme come il piede e la scarpetta, il topo e il formaggio, il fiore e il vaso.

Ora le sembrava che si potessero richiamare alla mente le parole dimenticate immergendosi nei sentimenti provati allora. Erano ancora tutte lì, le parole, una per una e non mancava neanche una frase.

La lingua della notte e del sentimento nutriva di vino la lingua del giorno spesso scialba.

Bisogna immergersi nel luogo dell’origine, sotto la superficie del quotidiano, dove il silenzio tocca gli strati profondi delle voci, lontano da ciò che stanno dicendo. Intendono forse qualcos’altro.

Sono suoni pieni e giacciono nel fondo della nostra memoria perdendo col tempo la parola trasformandosi in puro significato della lingua interiore che sostiene e si arricchisce col nostro parlare.

 

Quando la bocca non può parlare le parole escono dalla pelle, da tutti i pori perché la lingua materna è una strana lingua. E’ parola ma non solo parola, gesto ma non solo gesto, timbro della voce ma non solo

La lingua materna non è solo una lingua ma è la stoffa del nostro esistere. La si apprende nelle zone d’ombra dell’esistenza. Nessuno si ricorda come ha imparato a parlare, a dire le prime parole. E’ una lingua che apprendiamo senza il nostro consenso, senza volontà, senza libertà, senza coscienza, senza regole, senza grammatica e soprattutto senza traduzione. Ed è per questo che circola in stati di coscienza a noi spesso preclusi ma diffusi in tutto il corpo ed entra nella notte dei nostri sogni e nella creatività del nostro agire. La lingua materna non è solo parola, è sentire, è muoversi, è il ritmo del respiro, l’espressione del viso, il timbro della voce, la qualità del sorriso, la direzione dello sguardo, la stretta della mano. La lingua materna è fatta di odori, immagini, movimenti, sensazioni nello spazio, vibrazione della voce, concetti, percorsi, strutture relazionali ed anche grammaticali.

La lingua materna si apprende attraverso quello che oggi chiamiamo "embodiment" (essere completamente nel corpo),quando il pensiero scaturisce dal movimento e dai sensi e il sé non è ancora presente. In quel momento nasce una categoria inconscia dell’esperienza. Il regno dell’esperienza non mediata da altra lingua è il regno dell’inconscio.

La apprendiamo da nostra madre perché già in utero abbiamo sentito la sua voce e siamo in un intenso dialogo con lei. Non dobbiamo dimenticare che nelle società occidentali si tratta soprattutto del rapporto esclusivo con la madre mentre in altre società la cura dei figli è nelle mani di tutto il gruppo femminile. La madre è allora anche la nonna oppure la zia. Tutta la genealogia femminile è il riferimento per il piccolo o la piccola. In alcune culture la lingua materna è del tutto diversa dalla lingua paterna, cioè da quella degli uomini che i bambini apprendono successivamente. Diverso è anche il rapporto con la madre o "chi per essa" se il bambino è portato addosso a contatto con il corpo materno oppure se è seduto su un seggiola di fronte alla madre. Da una parte abbiamo una trasmissione più corporea della lingua e una maggiore esposizione alla comunità degli interlocutori, dall’altra abbiamo soprattutto una situazione di dialogo individuale.

Più è intenso, comunque, il dialogo con nostra madre, o "chi per essa", più questo mondo sommerso della lingua interiore prende forma, si specifica, si arricchisce. Non vuol dire che la lingua deve essere molto ricca di vocaboli. Deve solamente essere intensa.

Dobbiamo distinguere tra lingua più colta e lingua più intensa. La lingua scolastica sarà sempre la lingua colta, lessicalmente ricca. Essa serve alla scrittura in primo luogo e alla lettura. La lingua materna ha un compito completamente diverso. Non aspira a insegnare più parole possibili ma a far comprendere il senso del parlare. Di fatti, nella prima infanzia si insiste molto sui linguaggi dei cani e dei gatti e delle mucche p.e. E’ per insegnare al bambino che ogni essere umano o animale ha la propria lingua. Dobbiamo parlare, le nostre sensazioni e le nostre impressioni devono essere espulse come dobbiamo espellere il cibo e le bevande. La lingua serve per ripulire la nostra anima. Ha bisogno di essere nutrita di parole, queste devono percorrere un ciclo di nutrizione spirituale ma poi devono di nuovo trovare la via di uscita: le parole devono essere espresse. L’equilibrio di parole che entrano ed escono deve essere appreso come quello alimentare altrimenti si può diventare anoressico o bulimico di parole.

La lingua materna fa crescere la nostra anima, il nostro cuore, arricchisce i nostri sentimenti che a loro volta strutturano le nostre categorie più fondanti, la grammatica. Alcune ricerche concordano che la lingua della madre, o chi per essa, è dominante soprattutto a livello grammaticale.

La lingua non può fare a meno dei rapporti. La lingua materna è per definizione questa:

una lingua vincolata alle persone, al luogo e al tempo.

La lingua materna ha comunque soprattutto il compito di creare la lingua interiore. Così la nostra parola delle origini è composta di una parte udibile e visibile nella scrittura ma anche di una gigantesca parte di sostanza invisibile e non facilmente trascrivibile.

Ma cosa è la lingua interiore? Non è espressione verbale ma quella sostanza di cui ho già parlato. Si crea solo a partire dall’esperienza ed è fatta di questa materia anche se non solo di questa.

Mi capita spesso di voler dire qualcosa ma non riesco a esprimerlo in parole, in nessuna delle lingue che sto usando. Eppure è qualcosa che voglio dire. Si tratta spesso di una sensazione, di cui comunque ho una coscienza abbastanza chiara.

Forse le persone che parlano più lingue percepiscono più chiaramente la esistenza di questa lingua interiore.

La lingua materna in parte si trasforma, ma contiene anche molte immagini e parole che ci abitano concretamente per sempre. Nella vecchiaia e nella malattia ci parlano più fortemente.

Il bambino o la bambina che non possiede questa lingua interiore non è capace di apprendere alcunché. Nei testi di linguistica si citano i famosi casi di bambini che hanno imparato la prima lingua dopo i 12 anni, parlo di Kaspar Hauser e di Genny p.e.. Non hanno mai imparato bene la loro lingua.

Cosa succede invece a un bambino bi- o trilingue? Qual è la sua lingua interiore?

La sua lingua interiore non è la lingua materna ma è creata da lei e resta a lei prossima.

Molti bambini sono effettivamente plurilingui fin dalla prima infanzia. Il mio piccolo amico Leroy p.e. è nato a Verona da una mamma Ghanese. Lei gli parla in inglese ghanese e nella lingua Astanti e lui all’asilo parla italiano. Quando va in Ghana sente forse anche qualche altro dialetto da parte dei parenti. Certo lui non farà nessuna confusione e avrà una lingua materna composita. Sarà uno di questi bambini plurilingui che poi parlerà meglio la lingua che userà di più, probabilmente l’italiano. Ma la lingua della madre e della nonna e della zia, nel caso di Leroy, sarà la lingua più importante perché già sentita in utero e sulla schiena grazie alle vibrazioni trasmesse per via ossea dal corpo della madre e della nonna.

La lingua materna è la lingua migliore e la lingua più completa che possediamo e l’educazione dei nostri figli in un’altra lingua non potrà mai essere così completa. Anzi la maggior parte delle persone migranti che parlano italiano in casa perché lo credono utile al bambino non si rendono conto di parlare una lingua molto modesta con loro e di rinunciare a una lingua meravigliosa.

Ciò che resta inesprimibile perché alla madre manca la competenza di esprimerlo nella lingua che non è quella dell’origine resta muto. Anzi, molte madri, come descritto da Francine Rosenbaum, diventano afasiche. Non parlano più in nessuna lingua. Ciò che resta inesprimibile va perso o entra nel inconscio.

La madre che non parla la lingua materna

A partire da queste considerazioni possiamo ora chiederci cosa succede se la madre non parla nella propria lingua materna con i propri figli e figlie. Ovviamente ci troviamo in presenza di un codice molto complesso e contraddittorio. Alla lingua della madre dei suoi discorsi. Sono rari i casi in cui un adulto usi molto bene la struttura sintattica più tipica dell’altra lingua perché probabilmente è vera la tesi di E. Lenneberg che la plasmabilità del cervello oltre i dodici anni è più limitata. E anche una certa verità possiamo attribuire alle teorie behavioristiche che partono proprio dal concetto di una lingua materna, che crea delle strutture sintattiche e morfologiche che difficilmente si possono rimuovere. (In questo campo potremmo fare ancora molte indagini, specialmente fra i bambini migranti di lingue molto distanti da quelle indoeuropee.)

Ciò non vuol dire che non si possa parlare abbastanza bene un'altra lingua ma si resta nel punto sintattico di intersezione, nell’interferenza, dove la struttura della lingua materna e quella della lingua straniera sono simili. Altrimenti si dovrebbe apprendere la nuova lingua come la lingua materna, cioè in un rapporto a due, amoroso, di adorazione, toccandosi la pelle, fatto che solo per pochi emigranti è realizzabile. Occorre infatti un rapporto amoroso o di grande amicizia.

Spesso, comunque, le nostre amiche/i stranieri sono capaci di apprendere anche molto bene la lingua italiana perché sono già bi- o trilingui dalla nascita. Mi sono sempre stupita andando in vacanza in Africa p.e. di constatare quante lingue parlano e quanta facilità hanno ad apprendere nuove lingue. Una difficoltà maggiore credo incontrino quelle persone migranti che sono strettamente monolingui, come d’altra parte le nostre insegnanti, uomini e donne che a loro volta sono monolingui.

Prima di insegnare la lingua materna ai propri figli devo amare io stessa la mia lingua e devo trovarmi a casa in essa. Ma qui si apre un’altra questione: l’amore per la propria lingua. Molti sono gli esempi che parlano di una fuga dalla propria lingua materna. Per conflitti in famiglia oppure per la storia del proprio paese ci si può disamorare della propria lingua e preferirne un’altra, una comunque straniera perché la lingua materna risveglia dolori, discriminazione, alle volte insopportabili. Inoltre la lingua materna per molti stranieri spesso non è veramente lingua materna, ma lingua coloniale cosa che porta con sé sentimenti molto ambigui.

Alcune madri pur amando la propria lingua sono convinte di favorire il figlio o la figlia sopprimendo la lingua materna per non creare a loro delle difficoltà a scuola.

Facendo così invece le difficoltà sorgono perché senza la lingua materna il cervello è senza struttura e la nuova lingua non sa su quali percorsi procedere. La lingua straniera senza la lingua materna è come una macchina senza motore oppure un computer senza il disco fisso. Per potere usare del software mi occorre prima un hardware e un disco fisso.

Prima di poter parlare mi occorre aver goduto l’amore parlante di una persona necessaria.

Vedi anche: Corinna Belliveau, Simultaner bilingualer Spracherwerb unter entwicklungs- und kognitionspsychologischen Aspekten, Shaker Verlag, Aachen 2002.

Cfr. P. Kugler, L’alchimia delle parole, trad.it. di Luciano Perez, Bergamo, Moretti & Vitali Editori, 2002, pp. 24-25.

John Bradley, Man speak one way, women speak another, in: Jennifer Coat (edited by ), Language and Gender, Blackwell Publishers, Oxford UK 1998, pag. 13-20.

Vedi a questo proposito il testo di Rose Götte, Sprache und Spiel im Kindergarten, Beltz Verlag Weinheim und Basel, 1991, pag. 15/16.

Naturalmente ognuna di noi ne possiede una diversa. Non è la lingua pura di Benjamin e non è la capacità innata di Chomsky.

Francine Rosenbaum, Approche transculturelle des troubles de la communication, Masson Editore, Paris 1997.

Cfr. Eva-Maria Thüne, Estraneità nella madrelingua, in: All’inizio la lingua materna, a cura di Eva-Maria Thüne, Rosenberg & Sellier, Torino 1998, p. 57-93.

 

 

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